Articoli marcati con tag ‘amicizia’
“PENSIERI IN GIOCO”
Laboratorio Di Pratiche Filosofiche in 4 incontri.
ULTIMI POSTI DISPONIBILI!! prenota subito!
Ti piacerebbe trovare un luogo in cui il pensiero è libero di fluire, interrogarsi e sperimentare? Ti stimola l’idea di mettere in gioco le tue idee e confrontarti con gli altri? Allora questo è il laboratorio che fa per te!
Il laboratorio “Pensieri in gioco” costituisce un’opportunità per prendere fiato dalla corsa giornaliera, per rallentare, per dare spazio alla riflessione, all’ incontro e al dialogo giocando col pensiero e mettendo in gioco il pensiero stesso.
La proposta è quella di radunarsi per costituire una comunità di ricerca che, utilizzando letture-stimolo, si interroghi sulle questioni che stanno particolarmente a cuore ai suoi membri.
L’ascolto attivo ed il rispetto delle opinioni di ognuno sono il punto di partenza del dialogo.
“Pensieri in Gioco” ti darà la possibilità di sperimentare la fecondità di pensare insieme, cogliendo punti di vista molteplici, e di intavolare una comunicazione autentica, che permetta poi di interpretare gli accadimenti quotidiani con maggior consapevolezza.
-
Venerdì 19 Febbraio, ore 20:30
Il Pensiero - Degustazione di tisane e infusi.
Serata Dimostrativa Gratuita -
Venerdì 05 Marzo, ore 20:30
I Sensi - Degustazione di Vino Porto Burmester. -
Venerdì 12 Marzo, ore 20:30
L’Identità - Degustazione di Cioccolata calda. -
Venerdì 19 Marzo, ore 20:30
L’Amicizia - Degustazione di una Birra da Meditazione
Costo del percorso: 25,00€
presso Spazio Terzo Mondo, via Italia, 73, Seriate (BG).
Info ed iscrizioni:
Valeria Trabattoni: info@filosofiaamica.it;
Mauro Paris: lesfleursdumal86@libero.it;
LA P4C: STORIA E LEGITTIMAZIONE
La P4C nasce negli anni ’70 da un’idea di Matthew Lipman, docente di Logica presso il Montclear State College, come metodo didattico attraverso cui sviluppare le capacità logico-cognitve dei giovani. Partendo dall’eredità del filosofo e pedagogista John Dewey, Lipman si è reso conto sia dell’importanza di partire dall’esperienza concreta presente del bambino quale stimolo per la ricerca e l’apprendimento, sia dell’importanza di favorire un atteggiamento partecipativo e democratico che porti alla co-costruzione del sapere. Lipman aveva infatti constatato la difficoltà degli studenti ad affrontare e comprendere la sua materia e voleva trovare un modo per favorire nei giovani lo sviluppo di capacità logiche e l’uso riflessivo del pensiero.
La Philosophy for Children non si occupa di insegnare filosofia, il suo obiettivo è piuttosto quello di sviluppare le abilità di pensiero nei bambini di età variabili dalla prima età scolare fino ai primi anni dell’insegnamento superiore e si propone quale modello operativo di educazione del pensiero al pensare. Lipman ha infatti ideato una metodologia che coniuga le esigenze di elaborazione concettuale con quelle ludiche come la lettura di racconti e dialoghi comunitari che stimolino il confronto su tali testi con l’aiuto degli insegnanti. Al centro della prospettiva c’è l’idea che la classe debba trasformarsi in una comunità di ricerca di tipo filosofico, sul modello delle comunità che si raccoglievano intorno a Socrate. Lo scopo è quello di raggiungere la chiarezza cognitiva, presupposto dell’azione consapevole. L’intento degli incontri, dunque, non è quello di insegnare filosofia, ma indicare una strada che possa aiutare i bambini a pensare, confrontandosi con esperienze diverse, interrogandosi circa la responsabilità della loro stessa educazione, diventando mano a mano soggetti reali del loro divenire. All’interno della comunità di ricerca bisogna cercare di conciliare prospettive ed esigenze diverse, da quella indagatrice a quella dialogica, dal lavoro individuale alla vita collettiva ed ogni membro è chiamato a interrogarsi e riflettere attivamente, classificare, individuare similitudini e differenze, elaborare soluzioni inedite, insomma attivare ciò che Dewey chiamava inquiry, ricerca. I bambini indagano sulla realtà che li circonda molto precocemente ed il metodo della Philosophy for Children prende le mosse da questo loro continuo interrogarsi, segno della loro filosofica meraviglia e del legittimo stupore di fronte al mondo. Un corso di filosofia con i bambini non è un luogo nel quale si espone la teoria platonica delle idee, ma un processo attraverso cui li si impegna a porre domande, a svilupparle e a riferirle al mondo in collaborazione con gli altri. Nei corsi scolastici tradizionali o in contesti educativi extra-scolastici, le questioni di senso che pone il bambino sono spesso svuotate. Gli adulti tendono a bloccare questo tipo di domande e impediscono al bambino lo sforzo verso la via della filosofia e quindi del senso. A volte trascurano la domanda, altre volte la evadono oppure edulcorano la realtà per paura: spesso noi stessi siamo turbati da queste questioni oppure non osiamo dire che non conosciamo la risposta e temiamo di mostrare i nostri limiti, le nostre debolezze, come se il dubbio e la ricerca non fossero profondamente educativi.
Nelle sessioni di P4C, a partire dalla lettura di brevi racconti, i cosiddetti testi-pretesto elaborati dallo stesso Lipman con lo scopo di fornire spunti su tematiche prettamente filosofiche, si innestano dialoghi filosofici nei quali entrano in gioco tre tipi di pensiero: critico, creativo e caring. La dimensione critica è insieme inquisitive e deliberative, è governata da regole procedurali funzionali all’individuazione ed alla soluzione dei problemi. Essa presenta, dunque, un’apertura alla ricerca ma anche alla scelta, alla decisionalità, alla responsabilità operativa attraverso l’individuazione di criteri, ragioni, giustificazioni, fondamenti in relazione alla specificità dei contesti di riferimento. Consente, inoltre, di operare connessioni e distinzioni, muovendo in direzione ordinatrice. In questo quadro il pensiero critico si articola attraverso la formulazione di giudizi, in una prospettiva autocritica ed autocorrettiva, assumendo valenze metacognitive. La dimensione creativa del pensiero si configura, per il filosofo nordamericano, come peculiarmente complessa in quanto implica la possibilità di far simultaneamente riferimento a criteri conflittuali, in vista del superamento delle dicotomie e delle opposizioni attraverso nuove costruzioni ed interpretazioni. Il pensiero creativo è quindi un pensiero che vuole “trascendersi”, muovendo oltre schemi e matrici precostituite. In questo senso può deliberatamente fare a meno di regole e di percorsi codificati, utilizzando una pluralità di veicoli espressivi i quali possono sostituire o affiancare il codice linguistico, preferenziale per la dimensione critica del pensiero. Il significato dei termini inglesi to care, to take care of rimanda all”‘aver cura”, ad un aprirsi all’esterno, alla dimensione esperienziale ed intersoggettiva, alla responsabilità e senso del valore delle persone e delle cose con cui si entra in relazione. L’aspetto valoriale, pertanto, in questa dimensione, è estremamente significativo. Attraverso il pensiero, che si traduce in azione, noi diamo senso e valore al mondo, connotandolo di implicazioni affettive, prendendoci così “cura” di quanto ci circonda e di noi stessi. L’aspetto cognitivo si arricchisce, quindi, di valenze affettive ed emozionali da cui è impossibile prescindere per un rapporto autentico con cose e persone.
Quante volte ci è capitato di sentirci traditi da quelli che pensavamo fossero nostri amici? Quante volte abbiamo investito sentimenti ed energie in un rapporto che poi si è rivelato avere un peso ben diverso per l’altra persona?
Più spesso di quanto si creda, nelle opere dei filosofi antichi vengono prese in considerazione tematiche che si rivelano fortemente attuali e, nonostante la distanza temporale, le lucide analisi e i consigli di questi pensatori sono più che mai moderni ed applicabili nella nostra vita. E’ il caso di Aristotele, che dedica all’amicizia ben due libri dell’Etica Nicomachea. Egli affronta questo tema nell’ambito di una serie di riflessioni sull’etica e sulla politica, a riprova del fatto che nell’antichità l’amicizia veniva considerata come fonte di arricchimento personale e come bene per l’intera comunità, tanto che il filosofo afferma che anche l’uomo felice ha bisogno di amici:
Sembra assurdo attribuire all’uomo felice tutti i beni e non attribuirgli gli amici, il che è ritenuto generalmente il più grande dei bei esteriori.
Aristotele classifica minuziosamente le forme di amicizia, i motivi che portano al crearsi di nuove amicizie e quelli che ne determinano la rottura. La prima forma di amicizia tra due persone è quella che nasce a causa dell’utilità, che porta a ricercare la compagnia dell’altro in quanto questi ci permette di raggiungere un determinato fine; la seconda è quella che nasce a causa del piacere, per cui la compagnia dell’altro ci è gradevole; la terza, quella che si fonda sulla bontà, è definita come amicizia perfetta, poichè in questo caso due persone si amano per se stesse, per il loro intrinseco valore morale.
Nei primi due casi, Aristotele parla di amicizia accidentale, poichè la piacevolezza e l’utilità del rapporto ne rappresentano qualità temporanee e mutevoli.
Dunque, coloro che amano a causa dell’utile, amano a acausa di cil che è bene per loro, e quelli che amano per il piacere lo fanno per ciò che è piacevole per loro, e non in quanto l’amato è quello che è, ma in quanto è utile o piacevole. per conseguenza queste amicizie sono accidentali (…). per conseguenza le amicizie di tale natura si dissolvono facilmente.
Al contrario se l’amicizia si fonda sulla bontà, allora il rapporto sarà durevole e profondo:
L’amicizia perfetta, invece, è l’amicizia degli uomini buoni e simili per virtù: costoro, infatti, vogliono il bene dell’altro, in modo simile in quanto sono buoni, ed essi sono buoni per se stessi. Coloro che vogliono il bene degli amici per loro stessi sono i più grandi amici (…).
Parole come queste ci inducono a riflettere sui legami che abbiamo attualmente. Prima di tutto per prendere coscienza di quelle persone che possiamo realmente definire nostri amici e chiederci se ci stiamo comportando correttamente, coltivando l’amicizia verso di loro come una virtù, assumendoci la responsabilità di mostrare loro dove sbagliano e cercando noi stessi per primi di trarre dai loro pregi nuovi stimoli per migliorarci…essere amici non significa far credere all’altro che abbia sempre ragione, ma cercare insieme di prendere atto dei propri limiti e dei propri sbagli per evitare, se possibile, di ripeterli in futuro!
Viceversa dobbiamo anche prepararci ad affrontare eventuali allontanamenti da parte di persone con cui abbiamo condiviso un certo tratto della nostra vita, ma con le quali eravamo legati solo dalla piacevolezza della loro compagnia, magari dalle uscite del fine settimana, ma con cui non abbiamo intrapreso un percorso di evoluzione intellettuale o spirituale. Ancora una volta Aristotele ci viene in aiuto. Innanzitutto ricorda che l’amicizia implica la consapevolezza del tipo di rapporto da parte di entrambi i membri e spesso è propriouna mancanza di chiarezza circa i motivi che ci legano all’altra persona che può dar luogo a fraintendimenti e delusioni; quindi ci fa riflettere sul fatto che le vere amicizie, quelle perfette, si possono coltivare solo con un ristretto numero di persone, con le quali instaurare un legame autentico e profondo, che implica anche lo stimolarsi e il crescere isieme:
Si ritiene poi che diventino anche migliori col mettere in atto l’amicizia, cioè correggendosi a vicenda.

Proprio per questo il filosofo afferma che la vera amicizia possa essere rotta solo se le due persone arrivano a livelli di maturazione molti diversi, per cui risulta difficile mantenere una comunanza di intenti e favorire la crescita reciproca. D’altra parte è dovere del buon amico, nel rispetto dell’amicizia stessa, fare ogni sforzo per aiutare l’altro nel suo percorso evolutivo. Non così negli altri due casi, poichè se l’amico non è più in grado di offrire utilità o piaceri, causa dell’amicizia stessa, questa sarà destinata a finire naturalmente.