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In occasione della festa di San Valentino, oltre al menù alla carta e alle pizze, potrete assaggiare:

LA PIZZA DI EROS

Crema di Formaggio - Gamberetti - Pomodorini - Carpaccio di Tonno - Olio - Pepe

13,00 €

cupido

 EROS

Eros (Cupido per i Romani), è il dio dell’amore.
Nella Teogonia di Esiodo, Eros fu considerato come un dio creatore, il primo dio, nato dal Caos primordiale contemporaneamente a Gea. Senza lui nessuno degli altri dei sarebbe sorto. Dal VI sec. a.C.  venne identificato come il dio della passione e, per questo attributo, ispirò molti poeti ed artisti. Più tardi, si concordò nel vedere in lui il figlio di Afrodite e di Ermes (o di Arees). Eros era oggetto di un culto particolare a Tespie in Beozia , dove si celebravano, ogni quattro anni in suo onore, delle feste dette Erotidie.
Il nostro dio fu un ragazzo turbolento, che non aveva alcuna considerazione per la sua età né per le situazioni nelle quali agiva.
Volava con ali d’oro scoccando le sue frecce.
Il suo amore per Psiche fu osteggiato da Afrodite con ogni mezzo ed ebbe esito felice solo per l’intervento di Zeus a patto che Eros da allora innanzi gli procurasse le fanciulle più belle.
 Racconta una leggenda che un giorno Afrodite si lamentò con la dea Themis del fatto che
il piccolo Eros non crescesse, così la saggia dea le rispose che il bimbo non sarebbe mai cresciuto
finché non fosse giunto l’amore di un fratello.  Afrodite si unì ad Ares e generò Anteros.
Da quel momento i due fratelli crebbero insieme, ma, ogni volta che Anteros si allontanava da Eros,  quest’ultimo ritornava fanciullo.
Questo mito insegna che l’amore (Eros) per crescere ha bisogno di essere corrisposto (Anteros).

IL MENU’ DI AFRODITE

Fagottini di Sfoglia Con Carciofi, Salmone e Fonduta di Formaggio

Gnocchi con Panna & Fragola

Dolce di San Valentino: Cuore Caldo Al Cioccolato Ripeno di Crema All’Alchermes

25,00 € (bevande scluse)

 

AFRODITE
Dea dell’amore, della bellezza e della fecondità, Afrodite era venerata in tutto il mondo greco.
Secondo la tradizione più antica la sua nascita è collegata con la schiuma del mare, da cui sarebbe emersa; ma dalla poesia epica venne considerata figlia di  Zeus e di Dione, moglie di Efesto e amante di Ares.
Le furono attribuiti rapporti anche con altre divinità e con l’eroe Anchise, da cui ebbe Enea. 
Nata dal mare, Afrodite venne venerata dai naviganti, come colei che rende il mare bello e tranquillo e sicura la navigazione.
Le era sacro il delfino, l’allegro accompagnatore dei naviganti.
Lucrezio scrisse:
“Quando tu vieni, fuggono i venti e si dileguano le nuvole;
per te la terra la fiorire il leggiadro ornamento dei fiori,
per te sorride lo specchio delle acque del mare,
e gli spazi lucenti del cielo splendono in silenzio “.
Ella era la bellezza in persona, la grazia e la leggiadria, e Paride, benché comprato con la promessa della bella Elena, non fu in fondo un giudice ingiusto preferendola a Giunone e Minerva e assegnandole il fatidico pomo con la scritta: “Alla più bella!” , gettato dalla Discordia sulla mensa nuziale di Peleo e Teti.
In occidente, il culto di Afrodite ebbe il suo maggiore centro in Sicilia sul monte Erice, dove esisteva un santuario punico dedicato a Tanit. Vi si praticavano riti di fecondità e, pare, anche la prostituzione sacra. Dalla Sicilia il culto della dea si diffuse in Italia fino a Roma, dove fu venerata col nome di Venus Erycina.
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Kama è il dio indiano dell’amore. L’iconografia lo rappresenta come un giovane dal volto luminoso ma dallo sguardo febbricitante. Cavalca un pappagallo e sullo stendardo rosso acceso inalbera quello strano animale, miscuglio di coccodrillo e di delfino. Ha un paradiso suo proprio, il “mondo del desiderio”, che nel buddhismo è quello in cui noi trascorriamo questa vita. Nel mondo umano, il desiderio (kama) è uno dei tre scopi dell’esistenza e appartiene alla giovinezza. Alla maturità appartiene il dovere sociale (artha) e alla vecchiaia lo studio e la pratica della legge universale (dharma). Il desiderio sessuale è la funzione specifica (sva-dharma) della prostituta e della cortigiana; mentre, molto più pudicamente, la funzione della donna sposata è la fedeltà coniugale (shraddha, altro nome di una delle mogli di Kama). 

Nei Veda, il desiderio simboleggiato da Kama viene paragonato al desiderio d’acqua di un vitello assetato e al pungolo con cui il dio stimola gli amanti, prendendo così l’appellativo di madana, “colui che fa ubriacare”, ovviamente di passione. Oltre al desiderio sessuale, il termine sanscrito kama indica una metrica poetica, una varietà di mango e il seme maschile.

Kama non è una parola estranea al nostro mondo linguistico, perché dalla radice kam vengono il verbo latino amo, con la caduta della consonante iniziale, e l’aggettivo carus. Kama viene considerato un dio (Kamadeva) o uno yaksha, uno spirito “veloce”. Come l’Eros greco porta gli appellativi di non-nato (a-ja) o creato da se stesso (atma-bhu). Oppure si dice che sia scaturito direttamente dal cuore dell’essere originario, che in India riceve molti nomi.

Come spesso accade nella mitologia, un demone ha accumulato una tale potenza interiore da minacciare gli dèi, che rischiano continuamente di venire spodestati da qualcuno più forte di loro. Solo il grande dio Shiva può tenere testa al demone e salvarli, ma Shiva è immerso in perenne meditazione, sprofondato in se stesso sulle vette himalayane. Per scuoterlo dal suo stato viene inviato il dio dell’amore, Kama, “desiderio”.

Come il Cupido latino è armato di arco, che nel suo caso è ricavato da una canna da zucchero e la cui corda è costituita da una fila di api. L’amore è dolce. L’arco è munito di cinque frecce, motivo per cui Kama viene anche chiamato pañca- bana, “cinque-frecce”. Ma queste frecce sono cinque fiori, ognuno dei quali provoca una specifica emozione legata all’amore. Una lista classica elenca ebbrezza, bruciore, paralisi, torpore e stupefazione; ma le liste variano e ognuno può sostituirvi le proprie esperienze.

Inviato dagli dèi a scuotere Shiva dall’assorbimento in se stesso, Kama si apposta e per sessanta milioni di anni attende il momento buono con una freccia incoccata. Nel frattempo una donna, Parvati, la ‘figlia della montagna’, ha terminato le lunghe pratiche ascetiche necessarie per unirsi a Shiva, l’unico che desidera, e lo raggiunge sulla vetta. Appena arriva, Kama scocca la freccia.

Kama stesso diventa la freccia, che volando assume la forma di una dolce brezza primaverile proveniente dal sud, dal caldo subcontinente indiano. infatti Kama è spesso accompagnato da Vasanta, la Primavera (letteralmente la stagione “splendente”). La brezza cerca di penetrare nel corpo di Shiva attraverso l’orecchio. Shiva si riscuote, si accorge dlla presenza di Kama e lo incenerisce all’istante con il potere del suo terzo occhio. Parvati è disperata: senza il desiderio, come faranno lei e Shiva ad unirsi?

Perciò supplica Shiva di riportare in vita Kama e alle sue suppliche si aggiungono altre due dee, altrettanto preoccupate, Kali e Uma, che è la stessa Parvati nel suo aspetto divino. Oppure a supplicare Shiva è la moglie principale di Kama, Rati, personificazione del piacere sessuale (loro figlia è Trishna, “sete”). Shiva rifiuta. nell’aspetto ascetico della sua complessa simbologia, Shiva è infatti kamari, il “nemico del desiderio”. Ma non può resistere a tante suppliche e propone un compromesso: Kama tornerà in vita, ma privo di corpo. Da allora Kama è conosciuto come an-anga, “privo di membra” ed è il sottile brivido incorporeo che scuote le membra e il cuore di uomini e dei.